Chiudende

2016

 

6 gelatin silver prints, 127×158 cm


 

Chiudende, 2016, nasce da una canzone popolare sarda scritta in opposizione all’Editto del 1820 che sanciva la proprietà privata. L’idea di porre dei limiti territoriali mutò profondamente la percezione dello spazio degli abitanti e diede il via alla costruzione incontrollata di confini arbitrari fatti di pietre sovrapposte a secco. La canzone parla della frenesia con cui ebbe inizio la chiusura dei campi, in un atteggiamento dilagante al punto tale che “se il cielo fosse stato in terra” sarebbe stato anch’esso chiuso. Le ortografie realizzate un secolo dopo l’editto, sono il primo tentativo di mappare fotograficamente la Sardegna, di chiudere la terra dal cielo. Visivamente irregolari e spezzate, le porzioni di territorio che rifotografo e stampo in camera oscura, ci riportano alla necessità di controllo dei primi dell’800 che trova oggi massima espressione nella mappatura satellitare.

Chiudende (from Latin “which has to be closed”), 2016, arises from a Sardinian folk song written in 1820 against a decree that proclaimed the private ownership. The idea of imposing territorial limits deeply changed the way the inhabitants used to feel the space around them. As a consequence they began to build random borders, made of dry stone walls. The song talks about the excitement that came from the closing of the fields, insofar as “if the sky had been on earth they would have closed it too”. The orthophotographs, taken a hundred years after that decree, are the very first attempt to photographically map Sardinia, to close the earth from the sky. I re-photograph and print in the darkroom these sections of the island, which appear irregular and fragmentary: they take us to the contemporary obsession of satellite mapping, which has its roots in early nineteenth-century need of control.

La mappa dell’Io Posso

The map of I can, 2015

 

4×5” color trasparency


Maurice Merleau-Ponty chiamava la superficie raggiungibile dai nostri occhi La Mappa dell’Io Posso. Tutto ciò che vediamo è una potenziale strada, una sfida a camminare, un invito a muoverci.

(Elena D’Angelo, dal catalogo Carta Bianca – Giulia Spreafico)

Maurice Marleau-Ponty called the surface that our eyes are capable of reaching the map of  “I can’’. Everything we see is a potential path, it challenges us to walk, it invites us to move.

(Elena D’Angelo, from Carta Bianca – Giulia Spreafico, catalogue of the exhibition)

Ripercorsi (P.O.I.) – Ripercorsi (Polo Sud)

Retraced (P.O.I.) – Retraced (South Pole), 2016

 

Ripercorsi (P.O.I.), 7 gelatin silver prints, 30×24 cm

Ripercorsi (Polo Sud), 6 gelatin silver prints, 30×24 cm


Ripercorsi, 2016, si articola in due serie dedicate a due grandi traversate antartiche degli ultimi dieci anni: la prima verso il Polo Sud dell’Inaccessibilità, ad opera dell’N2i Team nel 2007; l’altra di Ben Saunders e Tarka L’Herpiniere nel 2014, lungo la rotta verso il Polo Sud Geografico di R. F. Scott del 1912. Ripercorsi è il tentativo di attraversare uno spazio bianco, inaccessibile e irrisolto, ridisegnando i tragitti di uomini contemporanei, che decidono di camminare e di non avvalersi dei mezzi di trasporto più avanzati.  Cucire è prendere parte fisicamente a questi viaggi mentali, attraversando col filo le immagini satellitari dei luoghi da loro attraversati. Rifotografando le immagini prodotte dai satelliti ne riscopro i limiti, gli errori e l’incapacità di arrivare in modo soddisfacente dove il corpo di alcuni uomini è giunto invece con successo.

Ripercorsi (Retraced), is a project divided into two series, dedicated to the great Antarctic trips of the past ten years: the first goes towards the South Pole of Inaccessibility, reached by the N2i Team in 2007; the other is the one faced by Ben Saunders and Tarka L’Herpiniere in 2014, following the track towards the geographic South Pole that was first walked by R. F. Scott in 1912; the other. Ripercorsi is the aptent of crossing a white space, inaccessible and unresolved, retracing the steps of contemporary men who decided to walk and not to use advanced vehicles. Sewing means taking part in these trips of the mind, crossing the satellite image of the spots crossed by the explorers with threads. When taking a picture of the images produced by the satellites I find their limits, the mistakes and the incapacity of reaching the places where this men’s bodies have been in a satisfying manner.

Momentaneamente al buio

In temporary darkness, 2015

 

diapositive 4×5” (colour transparency film) e lightbox


Cosa significa abitare uno spazio impossibile, invisibile? Un luogo lontano, raggiungibile solo attraverso l’immagine satellitare, come il centro esatto dell’Antartide, diventa vicino e materiale attraverso la pellicola. Abitare questi luoghi significa creare un legame, lasciare un segno del proprio contatto. E’ cucire l’immagine di casa, al buio, prima ancora di poter vedere.

What does it mean to inhabit an impossible and invisible space? A faraway place, only reachable through the satellites, like the very centre of Antarctica, becomes closer and material through the colour transparency. To inhabit such a place means to create a connection, to leave behind the sign of your touch. It means to sew the simplest image of a house, in the dark, before being able to see.

Un punto muto

A Silent Spot, 2014


Inkjet print


L’Antartide è un luogo silente e inospitale, che ancora oggi sfugge ad ogni tentativo di controllo. Il vero intento dei primi esploratori a inizio ‘900 è quello di conquistare il centro del sud del mondo, un punto matematico risultato di calcoli e misurazioni. La volontà di voler raggiungere un luogo mentale, prima che fisico, è in sé un atto artistico. In questo lavoro le prime immagini scattate in Antartide diventano il luogo che ospita il mio segno, fili che possono portarci altrove.

Antarctica is a silent and inhospitable place which, to this day, attracts man as it challenges him, escaping any attempt of control. The real aim of the first explorers at the very beginning of the Twentieth Century is the conquest of the centre of the most southern part of the world: a mathematical spot, which is the result of precise calculations and measurements. The will of reaching that place, which is more mental than physical, is an artistic action in itself. In this work the first pictures taken in Antarctica become the place where I put my sign, threads that can take us somewhere else.

Non tenterai di toccare le nuvole

You’d never attempt to touch the clouds, 2012

Video installation, 4’00’’


Un’immagine lenta segue passi incerti su un terreno instabile. Una traversata precaria, ma costante, che mostra la volontà di percorrere uno spazio e allo stesso tempo la difficoltà di stare in equilibrio, come se sotto quella corda ci fosse il nulla. Il desiderio di librarmi in volo e un’impossibilità di staccarmi dal suolo.

A slow-paced tracking shot follows my uncertain walk on an unstable terrain. The video shows my will of passing through a place and at the same time the effort not to lose my balance, as if there was nothing under the rope. The desire to soar in the air and the impossibility to get off the ground.